La verità nel forse.

Che abbia prevalso il voto di pancia o quello di mente, sul campo di battaglia si contano tanti vincitori ed un solo caduto. Forse a mente fredda e pancia tranquilla, possiamo ora riconoscere che il mondo non va diviso tra buoni e cattivi, tra panacee e veleni, tra saggi e sprovveduti. Spesso accade che non ci sia una sola verità.
Ogni scelta che facciamo nella vita è fatta di compromessi. Ma perché su questo voto referendario nessun compromesso appariva lontanamente accettabile?
Facebook e Twitter hanno aumentato le polarità, le differenze e l’intolleranza. Penso che questo sia un pessimo aspetto dell’era digitale che è solo all’alba. Spesso, anziché socializzare, ci si divide in tifoserie sempre più estreme e sempre più fomentate da notizie, per lo più incontrollate, che gli attuali algoritmi sono incapaci di verificare.
Siamo diventati così diffidenti che anche le vecchie matite copiative sono state messe in dubbio.
Siamo sempre più fans e sempre meno unici, sempre più follower e sempre meno meticolosi.
Ci basta leggere le prime righe per colorare una persona omologandola ad un modello semplificato che abbiamo già in mente. Non è così?
Einstein, che era un pacifista e un umanista, diceva che è più facile spaccare un atomo che un pregiudizio, ma alla sua epoca questo si generava probabilmente da un vociferare molto meno potente di quello dei post e dei tweet. Pertanto adesso abbiamo atomi molto più resistenti.
Il rischio è che ci siano stati quelli che per esempio, a questo giro elettorale, abbiano avuto paura di esprimersi per evitare di attirare antipatie ed altri che invece l’abbiano fatto ma sono stati ripresi e magari tirati per la giacchetta.
Certe volte penso che tanta democrazia, tanta possibilità di comunicare, tanta visibilità ci veda ancora impreparati, immaturi e qualche volta poco meritevoli. Dovremmo cercare di approfondire un po’ di più o di essere semplicemente più moderati, anziché creare storture tali da poter determinare una perdita anche parziale di queste meravigliose possibilità. Non perché sarà qualcuno a togliercele, ma perché non diventino inutili come giocattoli per bambini viziati.

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Effetti stupefacenti del brand.

Bisognerebbe chiedersi a cosa è dovuta l’esplosione del brand “Naples” degli ultimi mesi, all’apice del successo con questo ultimo weekend dai toni glamour. Molti danno il merito al sindaco Luigi De Magistris, altri alla bellezza e al carattere della città, che risorge ciclicamente dalle sue calamità. I più non si chiedono niente, se Napoli esplode è un fatto ineluttabile.

A dire il vero, se si legge cosa hanno scritto Dolce&Gabbana sul sito ufficiale, non vi è un solo spunto che riguardi la riqualificazione della città, l’ammodernamento dei servizi o il rinnovo urbanistico. Anzi, per loro Napoli è affascinante perché “le strade sono ancora come negli anni ’50”. Proseguendo la lettura si apprezzano piuttosto altre ragioni riconducibili al suo immortale fascino e alla sua gente.

È vero anche che Napoli sta vivendo un momento magico, gli alberghi sono pieni, crescono gli arrivi, gli sbarchi, il brand di Napoli ha ripreso forza con effetti stupefacenti e tutti vogliono salire sul carro del vincitore. Ma a rilanciare l’immagine di Napoli sono stati soprattutto i partenopei, giovani e meno giovani, cittadini di tutte le età che ogni giorno invadono i social con foto di Napoli, migliaia e migliaia d’immagini in un’involontaria campagna pubblicitaria che più efficace non si può. Una deflagrazione virale nata all’indomani dell’emergenza rifiuti, quando tantissimi napoletani, protagonisti incolpevoli di quell’orrore, hanno reagito mettendo in campo la bellezza di Napoli sul web. Il resto lo hanno fatto gli addetti ai lavori. Vale un esempio per tutti, gli accordi stretti con una ventina di compagnie aeree, grazie a un bravo manager, Armando Brunini della Gesac.
Al Sindaco si deve chiedere di amministrare questo successo. Ci riuscirà se saprà ascoltare le varie anime della città senza pregiudizi ideologici, se s’impegnerà a prestare servizi adeguati al livello delle tasse che i cittadini sono chiamati a pagare, se combatterà la delinquenza, l’abusivismo e la sporcizia che affliggono i turisti e noi stessi che viviamo in città.

Dovrà capitalizzare effettivi introiti e rinvestirli dove serve, come fa qualsiasi amministratore.

Se lo farà Napoli si riprenderà il posto che le compete nella classifica delle città europee, altrimenti passato il Trend positivo resteremo – forse – una bella città da visitare ma non per viverci. Magari anche un luogo ideale per farci una festa pittoresca. L’Amministrazione ha il compito di rendere la città ospitale e vivibile, migliorare la sua economia e soprattutto impedire che centinaia di migliaia di giovani intelligenze preferiscano emigrare, rischiando di lasciare la città in mano a orde di altri giovani sfaccendati, violenti e senza futuro.

Intolleranza Zero.

Rieccoci a Napoli. Il primo impatto è sempre sorprendente, come quando ci si immerge nelle acque termali, quelle a 40 gradi. Piacevole solo quando pian piano ci si ambienta. Perché alla generale sregolatezza, collocata in un’armonica sporcizia, s’insinua pian piano il piacere degli affetti, del buon cibo, delle bellezze paesaggistiche, della storia che avvolge ogni luogo, della varietà e della creatività, dell’immancabile jurnata ‘e sole.
È così ci si abitua a tollerare anche la convivenza con quei napoletani che attentano ogni giorno alla vivibilità della metropoli e che al contempo distruggono la nostra immagine. Come quei ragazzini che hanno picchiato il vicepresidente del gruppo Class Editori (poi ci si lamenta degli articoli denigratori!), in transito a Napoli con il suo yacht, colpevole di aver chiesto un po’ di silenzio alle 3 di notte sulla banchina del porto di Mergellina. Già perché per equità il trattamento non viene riservato solo a vigili urbani, conducenti di bus, automobilisti in genere, spettatori al cinema, passanti che peccano di uno sguardo di troppo. Anche verso i turisti si accanisce la legge del più forte. Come nella giungla, l’animale aggressivo è pericoloso anche per chi fa il safari. A consentirlo è una società incapace di stabilire i confini, eccessivamente comprensiva e falsamente solidale. Nessuno dei nostri eletti chiede con forza che vengano divulgate pene esemplari per i colpevoli di questi crimini, nessuno pensa a creare reali deterrenti che impediscano che fatti del genere si ripetano.
Cosa succede a quei vigliacchelli che forti del branco pendono a calci e pugni chiunque non vada loro a genio mandandolo all’ospedale?
Oramai la città è abitata da una massa consistente di giovani delinquenti a cui le parole non servono più. Da grandi saranno nella migliore delle ipotesi camorristi, nella peggiore ladri, stupratori e assassini.
Il livello di sicurezza a Napoli è mostruosamente basso, non solo perché mancano il personale ed i mezzi, ma perché questi diventano inefficaci in assenza di pene severe e di notorietà delle stesse. Questi fatti si perpetuano al punto che ci siamo abituati anche a bestialità del genere. Infatti l’episodio non avrebbe fatto notizia se all’ospedale ci fosse andato un comune cittadino. La violenza urbana è già da tempo uno dei peccati civici più diffusi e, se non ne consegue il morto, forze dell’ordine e magistratura considerano questo un peccato veniale. È evidente che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, lo dimostrano anche le telecamere servite per riprendere baby gang compiere atti vandalici contro il patrimonio pubblico senza che ciò causasse vere conseguenze, come nei casi accaduti sui mezzi ANM.
La famosa tolleranza zero del sindaco Rudolph Giuliani a New York comprese nella sua strategia forti azioni repressive anche nei confronti di reati minori come imbrattamenti, turnstyle jumping (il salto dei tornelli del metrò) e i lavavetri ai semafori, con l’idea di mandare un chiaro messaggio alla criminalità in generale e che la città sarebbe stata “ripulita”. Gli straordinari risultati ottenuti furono le premesse perché la sua città diventasse oggi la capitale più turistica del mondo. A Napoli ci si vanta degli alberghi pieni sul lungomare per dire che abbiamo fatto il pieno di turisti, ma è un magro bottino riservato a pochi perché il nostro PIL resta penoso in quanto la città invivibile fa emigrare i suoi cervelli. Come si può pensare ad una città capitale del turismo se non si creano le condizioni perché Napoli sia accogliente innanzitutto verso i napoletani?
Allora prima di passare ad immergermi nelle acque gelide a 15 gradi del lunedì di tutti i lunedì, vorrei tanto sapere dal Sindaco De Magistris e anche dal Prefetto Pantalone quali nuovi provvedimenti intendano prendere di fronte al crescente fenomeno delle baby gang, provvedimenti immediati, che esulino dalla tardiva retorica dell’educazione nelle scuole e nelle famiglie, su cui la politica ha già fallito. Quella è un’altra storia.

Fondo blu e stelle gialle cadenti.

Dalla crisi greca non c’è da aspettarsi nulla di buono. L’accanimento terapeutico non salverà i Greci dal default e l’uscita dall’Euro di un Paese aumenterebbe la sfiducia e aprirebbe falle laddove ci sono già crepe ben visibili. Il sole di questa bella domenica inganna, abbiamo davanti un inverno lungo e rigido quando ormai le energie per affrontarlo sono quasi esaurite. In altre parole siamo in un condominio e la convivenza è già difficile, abbiamo il riscaldamento in comune e uno dei condomini non paga perché non ha soldi. Non ha soldi perché in passato è stato meno attento. Quindi o ci accolliamo il suo debito pressoché di qui all’eternità o cacciamo il condomino di casa sapendo però che lascerà le finestre aperte e nell’edificio farà ancora più freddo. In tal caso saremmo costretti a pagare più gas per il riscaldamento non raggiungendo mai il tepore auspicato.
Qual è la soluzione? Questo condominio non funziona, ci dobbiamo dividere o dobbiamo diventare una sola famiglia. Dividersi vuol dire affrontare i costi di un cambiamento ignoto e rinunciare a tutti i vantaggi, anche economici, della mutualità. Diventare una grande famiglia significa condividere le regole interne ad ogni appartamento, avere le stesse accortezze, gli stessi diritti e gli stessi doveri, una solidarietà comune. A svantaggio dei più ricchi ed a vantaggio dei più poveri? Forse. Ma proviamo a immaginare che il sistema fiscale sia uguale per tutti gli Stati membri, i contratti di lavoro, le pensioni, la scuola, la sanità. Non ci sarebbe più bisogno di imporre un’austerità che ovviamente, chi non ha più nulla da perdere, rifiuta. In Italia produciamo molto, quasi tutto, potremmo tranquillamente essere una villetta autonoma, e a mio avviso sbaglia chi teme eccessivamente una netta svalutazione della nuova lira, ma i motivi per restare Italiani non sono di più e migliori dei motivi per diventare Europei. E se il presidente degli Stati Uniti d’Europa deve ancora nascere, auguriamoci che nel frattempo si prenda una strada perché è troppo tempo che fa freddo.

dal mio articolo pubblicato su Il Mattino del 23 giugno 2015

Quei ribelli in trincea.

Ancora una rapina, ancora una reazione, ancora un ragazzo in ospedale. Se fossi un bandito, non sarei più così certo di farla franca. Sembra di assistere ai primi focolai di una guerra civile di due fazioni contrapposte, che per credo, cultura e stili di vita sono molto diverse.
Da un lato c’è un sottobosco di giovani pronti a delinquere per raggiungere senza troppi sacrifici il proprio benessere, persone che la civiltà non l’hanno mai nemmeno conosciuta, abbandonati se non assoldati dalle proprie famiglie. Gente che fa dell’arroganza una virtù, della violenza quell’arma indispensabile in una giungla dove le parole non servono.
Dall’altro lato giovani sopravvissuti al nuovo grande esodo, con a fianco famiglie rassegnate al malgoverno di una città incapace di riorganizzarsi. Persone che resistono insieme, ognuno nella propria trincea come un piccolo spazio di vita sicuro più che confortevole, apparentemente impotenti ma decisamente esasperate, tanto da perdere pian piano persino la paura.
Le due fazioni convivono tutti i giorni e non sono di diversi quartieri come qualcuno ancora pensa. Frequentano le stesse scuole, gli stessi locali, fanno i bagni nello stesso mare. Perché non dovrebbero in effetti? Siamo in uno stato libero e democratico, forse meno maturo di altri per meritare quella libertà è quella democrazia dei popoli evoluti.
“Per il sindaco di Napoli ci vorrebbero i poteri speciali” ha dichiarato il leghista Flavio Tosi nell’ultimo evento di Città di Partenope, “Napoli è tra le più belle città del mondo ed è la seconda più industrializzata di Italia, ma soffre delle incrostazioni di anni e anni di malgoverno” ha proseguito tra gli applausi del pubblico.
Da tempo mi chiedo cosa possiamo fare per cambiare la città senza cambiare città. Parlo spesso con tanti leader delle proprie trincee, qualcuno ci ha costruito anche dei fortini in quelle trincee, fortini eccellenti e dalla fama così positiva da viaggiare oltre i nostri confini. Conosco persone così in gamba che riuscirebbero a rimettere in sesto la città in un paio d’anni e a garantire la pace. Queste persone interrogate sul punto e sollecitate a mettersi in gioco in prima persona, mi hanno risposto quasi con le stesse parole: Claudio, non potrei fare il sindaco di Napoli, mi ammazzerebbero dopo pochi mesi. Licenzierei fannulloni, ripristinerei la legalità a discapito di tanti piccoli e grandi abusi, userei il pugno di ferro contro la criminalità.
Ebbene, se è il coraggio che ci manca, forse quel ragazzo non è stato accoltellato per nulla.

dal mio articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 19 novembre 2014 (pagina 7)

A Napoli c’è molto da fare, per Napoli ancora di più.

A volte mi chiedo perché tanti giovani cervelli vanno via dalla nostra città. A Napoli c’è molto da fare. Per Napoli ancora di più. Me ne sono convinto un giorno di giugno del 2008, in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, quando le immagini di Napoli sepolta dai rifiuti hanno iniziato a circolare per il mondo. In quell’infuocato giorno della nostra vergogna, quando dalle strade esalava un odore rancido, ho capito che nessuno doveva restare fermo. Che certe tolleranze a volte sono colpevoli. Ognuno di noi che ha veramente a cuore la nostra città, per i motivi più diversi, morali oppure estetici, di affari o di interessi, deve fare la sua parte. Perché solo i napoletani possono cambiare i napoletani.
Napoli ai tempi dei rifiuti appariva come una campagna pubblicitaria in negativo. Bisognava cambiare tutto, come si fa per un prodotto che non va più, a iniziare dal nome. La mia prima campagna per Napoli l’ho lanciata sul web con Totò e Peppino che prendevano un caffè al bar, mentre risuonavano le note di una vecchia canzone, “A tazza ‘e café”, che sotto tiene lo zucchero e sopra amara è. Si trattava solo di girare nella tazza per far emergere il buono di Napoli che era sul fondo. Il messaggio arrivò. Ci fu una chiamata a raccolta presso lo studio di Agrelli&Basta. Si presentarono in centinaia. È cosi che è nata “Partenope”, la città virtuale abitata da cittadini reali con tanto di carta d’identità. Presto siamo diventati migliaia e abbiamo portato in giro per il mondo la faccia positiva di Napoli dopo monnezza e Gomorra. Diversi gli eventi di Città di Partenope all’estero, New York, Tokyo, Sydney, Buenos Aires.
Oggi Partenope è diventata un virus positivo. Dà vita a molte cose, come questo libro che vuole essere contagioso attraverso tutti quelli che lo sfoglieranno.
Il libro è nato da un concorso fotografico che Città di Partenope ha bandito per puntare gli obiettivi dei partecipanti su Napoli fuori dai luoghi comuni e per far circolare immagini nuove. Non più vicoli con i panni stesi e rifiuti per le strade, ma una città dal viso pulito, pervasa di civismo e rispettosa delle regole, traversata da modernissimi metrò, dove i monumenti e le strade tornano a risplendere e i cittadini si muovono in un futuro che è già cominciato.
Chiudo con i cittadini. Ce ne sono di affermatissimi che fanno onore alla città. In ogni settore e di ogni appartenenza sociale, nel mondo dell’imprenditoria, della ricerca, della finanza, dello sport. Sono esempi positivi per i giovani che non credono si possa avere successo nella vita restando a Napoli. Vorremmo presentarli tutti, i nostri napoletani vincenti, noti e meno noti. Quest’anno abbiamo potuto sceglierne solo alcuni. Li troverete con il loro profilo nelle pagine del libro “Partenope – another way to see Naples” disponibile presso Feltrinelli.

dalla prefazione del libro “Partenope – another way to see Naples – 2013”

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Noi del ’74.

Noi del ’74 e dintorni siamo la generazione più sfigata degli ultimi 200 anni. Quando eravamo ragazzini, le fanciulle guardavano solo quelli con un bel motorino e i capelli al vento, quando abbiamo compiuto 14 anni è uscita la legge sul casco. In ogni caso a quell’età le nostre coetanee erano già passate a guardare quelli con la macchina. Dico “a guardare”, perché a quell’epoca il bacio in discoteca ti permetteva già di tornare a casa con una certa soddisfazione. Per vedere un film porno dovevamo nascondere gigantesche videocassette oppure semplicemente scriverci sopra “Italia-Bulgaria 0-0”. Abbiamo fatto il militare per obbligo e dopo aver perso un anno di vita è diventato facoltativo. Siamo andati all’università quando per potersi dire laureato ci volevano minimo 5 anni e Google era un’enciclopedia di 18 pesantissimi volumi, alcuni dizionari e soprattutto qualche buon numero di telefono. Abbiamo cercato di guadagnare qualche lira da mettere da parte per i nostri sogni, ma poi ce l’hanno convertita in euro e quei sogni si sono ridotti della metà.
Il primo giorno di lavoro ci hanno detto come funzionava un fax e il resto abbiamo dovuto sforzarci di impararlo da soli. I nostri vecchi sono sempre meno vecchi, non si smuovono dai loro posti di comando e non ci lasciano spazio. Ci chiedono di spiegare loro come funziona Facebook e come funziona Twitter, ma faremmo meglio a non rivelare nulla.
Guardiamo la pensione come guardavamo l’ultima serie di Star Trek e ci sembra un futuro quasi impossibile. 
Però oggi siamo più saggi dei giovani e più avveduti degli anziani, perché siamo gli unici ad aver capito come funziona questo mondo. Dateci subito i comandi dell’Enterprise e vi facciamo vedere noi.

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L’abusivismo della pazienza.

Sappiamo bene che il cittadino napoletano è
generalmente paziente. Possiede un anticorpo sviluppato durate secoli di
storia, dote di un adeguamento darwiniano al quotidiano sopravvivere nella
patria di tutti gli eccessi italiani.

Mario è un cittadino medio, spensierato quanto distratto ed amante della vita
come della sua bella Napoli. Sulla sua polizza auto pesa un “malus” alto perché
in passato ha tamponato un camioncino mentre guardava un cartellone
pubblicitario di una casa di abbigliamento intimo donna. Un’altra volta, mentre
stava parcheggiando, non ha visto il paraurti dell’auto posteggiata di fianco,
complice lo specchietto precedentemente rotto da uno scugnizzo. Però, al di là
delle distrazioni, non ha mai intentato truffe assicurative. Non ha neanche mai
comprato sigarette dal contrabbandiere, eppure fuma.

Usa spesso i mezzi pubblici e paga sempre il biglietto, accade sovente che il
servizio non sia puntuale a causa delle deficit della società di trasporto. A
volte allora prende l’auto, si fa un’ora di traffico canticchiando sulle note
di radio partenope e all’arrivo si vede costretto a pagare il parcheggiatore
abusivo per non farsi graffiare la macchina.

Mario lavora bene e s’impegna assai, così un giorno potrà meritarsi la pensione
(quella di anzianità), ma nel frattempo con i risparmi e un piccolo mutuo si è
comprato una casetta un po’ fatiscente. Ha svolto i lavori di ristrutturazione
presentando la D.I.A. e – trovandosi – ha fatto realizzare anche un soppalco.
Era un piccolo abuso che probabilmente nessuno avrebbe mai scoperto, ma quando
è uscito il condono nel 2003 non ha esitato ad autodenunciarsi ed a
corrispondere allo Stato cinquemila euro circa per le prime due rate, oltre spese
per la redazione della pratica. Così, per essere in regola ed avere tutte le
carte apposto.

Adesso, dopo quasi dieci anni, Mario è uno dei duemila cittadini campani che
hanno avviato regolarmente la pratica di condono, ma che non hanno potuto
portarla a termine per via della Giunta Regionale dell’epoca che congelò le
procedure rendendo la Campania l’unica regione italiana dove il condono non
poteva eseguirsi.

Mario in questi anni non ha potuto né abbattere il soppalco, né avere la
restituzione delle rate versate, ma soprattutto non ha potuto vendere la
casetta quando si presentò l’occasione di comprarne una più grande essendosi
nel frattempo sposato ed avendo avuto due figli.

La Corte Costituzionale, dopo molti anni, come era ovvio, ha dichiarato
illegittimo il provvedimento della Giunta Regionale perché nel Bel Paese la
legge è uguale per tutti. Così, questa settimana in Parlamento si deciderà cosa
ne sarà della casa di Mario.

Di certo il malaffare napoletano ha compiuto abusi di ogni genere, palazzi
abusivi, pensioni abusive, sigarette abusive, risarcimenti assicurativi abusivi
e applausi abusivi (citando Elio e le storie tese). Di conseguenza Mario, per
le sue piccole colpe, alle quali peraltro aveva tentato di porre rimedio,
rischia di pagare ancora una volta molto di più di qualsiasi altro italiano,
ben sapendo che in fondo la sua colpa atavica sia quella di essere un campano
nella “terra dei cachi”. Pazienza, Mario.

dal mio articolo pubblicato su Il Mattino del 28 ottobre 2012 (Prima Pagina ed. Napoli)

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Vivere a Napoli.

Vivere a Napoli è fare il primo bagno il 28 aprile e l’ultimo il 7 ottobre. È fare la spesa nel quartiere alla domenica mattina, è non prendere mai sul serio una provocazione. Lavorare a Napoli è prendere schiaffi da mattina a sera e sapere che dopo tutto sembrerai più colorito. Vivere a Napoli è meglio di lavorare a Napoli, ma qui il lavoro si chiama fatica perché è percepito diversamente. Potrai svegliarti con l’odore di caffè e una sfogliatella calda sotto il palato per iniziare bene la giornata. Potrai vedere 71 panorami diversi in altrettanti scenari meteo diversi. Potrai volare su una vespa Special e sentirti più libero che sui colli bolognesi. Potrai comprare ogni tipo di oggetto, ogni cosa proibita o semplicemente introvabile altrove.

Vivere a Napoli è trovare una pizza che non avevi mai assaggiato, anche se vivi a Napoli da tanti anni. Mangiare a Napoli è spendere anche solo 5€ al ristorante. Vivere a Napoli è pensare al week end solo quando arriva e non dover organizzare nulla, è scegliere tra migliaia di posti diversi da vedere e sapere che forse non riuscirai mai a vederli tutti.

Vivere a Napoli è sapere che puoi inseguire i sogni perché qui sono proprio veri sogni. Troverai gente che non se ne frega nulla di te, ma gli stessi ci saranno sempre nel momento del bisogno. Troverai musica, arte, storia. Troverai le idee di creativi di ogni dove che a Napoli hanno lasciato un po’ di loro. Troverai un’idea ad ogni angolo di strada, un’opportunità persa ad ogni lampione, una frustrazione ad ogni finestra. Quando sarà notte vedrai Napoli ricoperta da gioielli luminosi, Napoli da vivere solo dove si può, Napoli da conoscere per chi può e chi non può.

Ricchi di Napoli, poveri di Napoli, finti ricchi e finti poveri a Napoli. Perdersi a Napoli è difficile come ubriacarsi con il rum del babà. Arrivare a Napoli è una pallonata in faccia mentre cammini tranquillo. Amare Napoli è un sorriso dopo una tempesta, perché se la chiamano la città del sole ci sarà pure un perché.

Vivere a Napoli è pensare a tutto tranne che Napoli.

Vivere a Napoli è.. l’unico modo per capire cosa vuol dire “poi muori”.

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Far bene il lavoro fa bene al lavoro.

Mi ha molto colpito, anche se non sorpreso la notizia che – dai dati dell’Istat – la disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno ha superato nell’ultimo anno  il 46%. Il che vuol dire che ormai quasi un giovane su due è senza lavoro. E per le ragazze la percentuale è già arrivata esattamente al 50%. A rinforzare, loro malgrado, l’esercito dei senza lavoro ci sono poi quelli che un’occupazione l’avevano ma nel corso dell’ultimo anno l’hanno persa. E se le possibilità di assunzione da un lato restano incerte, dall’altro è certo che l’occupazione sia innegabilmente in calo. Da giovane imprenditore del Sud (mi occupo di pubblicità e di comunicazione) mi chiedo a questo punto che cosa debba accadere perché un’impresa del Mezzogiorno, soprattutto se giovane e fatta di giovani, possa funzionare e creare posti di lavoro.

Se ci guardiamo intorno, ci accorgiamo che stiamo vivendo un cambiamento epocale. Anche le imprese si stanno trasformando. La crisi – si sa – miete vittime, elimina rami secchi, ma allo stesso tempo può esaltare le forze sane e produttive di chi è pronto a raccogliere la sfida della ripresa. A mio avviso, è giunto il momento di prestare la massima attenzione, anche maniacale se è possibile, alla qualità del lavoro, si deve puntare con fiducia sulle proprie forze, aggiornare le competenze, gestire con cura le risorse, perseguire con determinazione gli obiettivi. E’ proprio nei momenti difficili che si colgono le opportunità. Ed è questa l’ora di alzare la testa: si ha l’impressione, oggi, di uscire dalle nebbie di anni segnati da sprechi, pressappochismi, inefficienze, assenza di controlli o, meglio ancora, sembra che finalmente ci stiamo liberando dai lacci stretti di favoritismi, assistenzialismi, clientelismi, per non dire peggio. Un’overdose di ricchezza malgestita che oggi sta generando crisi di astinenza, oltre che crisi economica.

In altri termini, questa congiuntura sta facendo nascere una nuova idea d’impresa che punta a migliorarsi più che a ingrandirsi. Un modello di azienda competitiva, capace di camminare con le proprie gambe, mentre tante aziende malate di gigantismo, drogate da anni di compiacenze e sostegni, escono di scena.

E’ l’azienda sana, quella in cui si investono tutte le proprie risorse, a non temere le crisi perché vuole andare avanti ad ogni costo e cresce attraverso scelte prudenti, piccoli passi, ore e ore di lavoro.  E’ quella che non si lascia ingabbiare nelle fatidiche otto ore, ma utilizza tutto il tempo necessario per non deludere il cliente, fornire un lavoro di qualità e rispettare i termini di consegna concordati. L’abilità della nuova azienda sta nell’ascoltare continuamente i suoi interlocutori, nel prestare attenzione a ogni piccolo dettaglio, nell’avere voglia di dare una risposta credibile, sempre. Senza guardare subito e soltanto al profitto. E’ questa la nuova impresa post-crisi, un’impresa che forse non brilla per i numeri, ma sta emergendo come esempio di serietà in un mercato che ne aveva davvero bisogno. Non resta allora che chiederci: siamo davvero sicuri di fare tutti bene il nostro lavoro? Con i tanti sacrifici che occorrono?

dalla mia lettera al Direttore, pubblicata su Corriere del Mezzogiorno del 15 settembre 2012

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