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Fondo blu e stelle gialle cadenti.

Dalla crisi greca non c’è da aspettarsi nulla di buono. L’accanimento terapeutico non salverà i Greci dal default e l’uscita dall’Euro di un Paese aumenterebbe la sfiducia e aprirebbe falle laddove ci sono già crepe ben visibili. Il sole di questa bella domenica inganna, abbiamo davanti un inverno lungo e rigido quando ormai le energie per affrontarlo sono quasi esaurite. In altre parole siamo in un condominio e la convivenza è già difficile, abbiamo il riscaldamento in comune e uno dei condomini non paga perché non ha soldi. Non ha soldi perché in passato è stato meno attento. Quindi o ci accolliamo il suo debito pressoché di qui all’eternità o cacciamo il condomino di casa sapendo però che lascerà le finestre aperte e nell’edificio farà ancora più freddo. In tal caso saremmo costretti a pagare più gas per il riscaldamento non raggiungendo mai il tepore auspicato.
Qual è la soluzione? Questo condominio non funziona, ci dobbiamo dividere o dobbiamo diventare una sola famiglia. Dividersi vuol dire affrontare i costi di un cambiamento ignoto e rinunciare a tutti i vantaggi, anche economici, della mutualità. Diventare una grande famiglia significa condividere le regole interne ad ogni appartamento, avere le stesse accortezze, gli stessi diritti e gli stessi doveri, una solidarietà comune. A svantaggio dei più ricchi ed a vantaggio dei più poveri? Forse. Ma proviamo a immaginare che il sistema fiscale sia uguale per tutti gli Stati membri, i contratti di lavoro, le pensioni, la scuola, la sanità. Non ci sarebbe più bisogno di imporre un’austerità che ovviamente, chi non ha più nulla da perdere, rifiuta. In Italia produciamo molto, quasi tutto, potremmo tranquillamente essere una villetta autonoma, e a mio avviso sbaglia chi teme eccessivamente una netta svalutazione della nuova lira, ma i motivi per restare Italiani non sono di più e migliori dei motivi per diventare Europei. E se il presidente degli Stati Uniti d’Europa deve ancora nascere, auguriamoci che nel frattempo si prenda una strada perché è troppo tempo che fa freddo.

dal mio articolo pubblicato su Il Mattino del 23 giugno 2015

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Quei ribelli in trincea.

Ancora una rapina, ancora una reazione, ancora un ragazzo in ospedale. Se fossi un bandito, non sarei più così certo di farla franca. Sembra di assistere ai primi focolai di una guerra civile di due fazioni contrapposte, che per credo, cultura e stili di vita sono molto diverse.
Da un lato c’è un sottobosco di giovani pronti a delinquere per raggiungere senza troppi sacrifici il proprio benessere, persone che la civiltà non l’hanno mai nemmeno conosciuta, abbandonati se non assoldati dalle proprie famiglie. Gente che fa dell’arroganza una virtù, della violenza quell’arma indispensabile in una giungla dove le parole non servono.
Dall’altro lato giovani sopravvissuti al nuovo grande esodo, con a fianco famiglie rassegnate al malgoverno di una città incapace di riorganizzarsi. Persone che resistono insieme, ognuno nella propria trincea come un piccolo spazio di vita sicuro più che confortevole, apparentemente impotenti ma decisamente esasperate, tanto da perdere pian piano persino la paura.
Le due fazioni convivono tutti i giorni e non sono di diversi quartieri come qualcuno ancora pensa. Frequentano le stesse scuole, gli stessi locali, fanno i bagni nello stesso mare. Perché non dovrebbero in effetti? Siamo in uno stato libero e democratico, forse meno maturo di altri per meritare quella libertà è quella democrazia dei popoli evoluti.
“Per il sindaco di Napoli ci vorrebbero i poteri speciali” ha dichiarato il leghista Flavio Tosi nell’ultimo evento di Città di Partenope, “Napoli è tra le più belle città del mondo ed è la seconda più industrializzata di Italia, ma soffre delle incrostazioni di anni e anni di malgoverno” ha proseguito tra gli applausi del pubblico.
Da tempo mi chiedo cosa possiamo fare per cambiare la città senza cambiare città. Parlo spesso con tanti leader delle proprie trincee, qualcuno ci ha costruito anche dei fortini in quelle trincee, fortini eccellenti e dalla fama così positiva da viaggiare oltre i nostri confini. Conosco persone così in gamba che riuscirebbero a rimettere in sesto la città in un paio d’anni e a garantire la pace. Queste persone interrogate sul punto e sollecitate a mettersi in gioco in prima persona, mi hanno risposto quasi con le stesse parole: Claudio, non potrei fare il sindaco di Napoli, mi ammazzerebbero dopo pochi mesi. Licenzierei fannulloni, ripristinerei la legalità a discapito di tanti piccoli e grandi abusi, userei il pugno di ferro contro la criminalità.
Ebbene, se è il coraggio che ci manca, forse quel ragazzo non è stato accoltellato per nulla.

dal mio articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 19 novembre 2014 (pagina 7)

A Napoli c’è molto da fare, per Napoli ancora di più.

A volte mi chiedo perché tanti giovani cervelli vanno via dalla nostra città. A Napoli c’è molto da fare. Per Napoli ancora di più. Me ne sono convinto un giorno di giugno del 2008, in uno dei momenti più drammatici della nostra storia, quando le immagini di Napoli sepolta dai rifiuti hanno iniziato a circolare per il mondo. In quell’infuocato giorno della nostra vergogna, quando dalle strade esalava un odore rancido, ho capito che nessuno doveva restare fermo. Che certe tolleranze a volte sono colpevoli. Ognuno di noi che ha veramente a cuore la nostra città, per i motivi più diversi, morali oppure estetici, di affari o di interessi, deve fare la sua parte. Perché solo i napoletani possono cambiare i napoletani.
Napoli ai tempi dei rifiuti appariva come una campagna pubblicitaria in negativo. Bisognava cambiare tutto, come si fa per un prodotto che non va più, a iniziare dal nome. La mia prima campagna per Napoli l’ho lanciata sul web con Totò e Peppino che prendevano un caffè al bar, mentre risuonavano le note di una vecchia canzone, “A tazza ‘e café”, che sotto tiene lo zucchero e sopra amara è. Si trattava solo di girare nella tazza per far emergere il buono di Napoli che era sul fondo. Il messaggio arrivò. Ci fu una chiamata a raccolta presso lo studio di Agrelli&Basta. Si presentarono in centinaia. È cosi che è nata “Partenope”, la città virtuale abitata da cittadini reali con tanto di carta d’identità. Presto siamo diventati migliaia e abbiamo portato in giro per il mondo la faccia positiva di Napoli dopo monnezza e Gomorra. Diversi gli eventi di Città di Partenope all’estero, New York, Tokyo, Sydney, Buenos Aires.
Oggi Partenope è diventata un virus positivo. Dà vita a molte cose, come questo libro che vuole essere contagioso attraverso tutti quelli che lo sfoglieranno.
Il libro è nato da un concorso fotografico che Città di Partenope ha bandito per puntare gli obiettivi dei partecipanti su Napoli fuori dai luoghi comuni e per far circolare immagini nuove. Non più vicoli con i panni stesi e rifiuti per le strade, ma una città dal viso pulito, pervasa di civismo e rispettosa delle regole, traversata da modernissimi metrò, dove i monumenti e le strade tornano a risplendere e i cittadini si muovono in un futuro che è già cominciato.
Chiudo con i cittadini. Ce ne sono di affermatissimi che fanno onore alla città. In ogni settore e di ogni appartenenza sociale, nel mondo dell’imprenditoria, della ricerca, della finanza, dello sport. Sono esempi positivi per i giovani che non credono si possa avere successo nella vita restando a Napoli. Vorremmo presentarli tutti, i nostri napoletani vincenti, noti e meno noti. Quest’anno abbiamo potuto sceglierne solo alcuni. Li troverete con il loro profilo nelle pagine del libro “Partenope – another way to see Naples” disponibile presso Feltrinelli.

dalla prefazione del libro “Partenope – another way to see Naples – 2013”

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L’abusivismo della pazienza.

Sappiamo bene che il cittadino napoletano è
generalmente paziente. Possiede un anticorpo sviluppato durate secoli di
storia, dote di un adeguamento darwiniano al quotidiano sopravvivere nella
patria di tutti gli eccessi italiani.

Mario è un cittadino medio, spensierato quanto distratto ed amante della vita
come della sua bella Napoli. Sulla sua polizza auto pesa un “malus” alto perché
in passato ha tamponato un camioncino mentre guardava un cartellone
pubblicitario di una casa di abbigliamento intimo donna. Un’altra volta, mentre
stava parcheggiando, non ha visto il paraurti dell’auto posteggiata di fianco,
complice lo specchietto precedentemente rotto da uno scugnizzo. Però, al di là
delle distrazioni, non ha mai intentato truffe assicurative. Non ha neanche mai
comprato sigarette dal contrabbandiere, eppure fuma.

Usa spesso i mezzi pubblici e paga sempre il biglietto, accade sovente che il
servizio non sia puntuale a causa delle deficit della società di trasporto. A
volte allora prende l’auto, si fa un’ora di traffico canticchiando sulle note
di radio partenope e all’arrivo si vede costretto a pagare il parcheggiatore
abusivo per non farsi graffiare la macchina.

Mario lavora bene e s’impegna assai, così un giorno potrà meritarsi la pensione
(quella di anzianità), ma nel frattempo con i risparmi e un piccolo mutuo si è
comprato una casetta un po’ fatiscente. Ha svolto i lavori di ristrutturazione
presentando la D.I.A. e – trovandosi – ha fatto realizzare anche un soppalco.
Era un piccolo abuso che probabilmente nessuno avrebbe mai scoperto, ma quando
è uscito il condono nel 2003 non ha esitato ad autodenunciarsi ed a
corrispondere allo Stato cinquemila euro circa per le prime due rate, oltre spese
per la redazione della pratica. Così, per essere in regola ed avere tutte le
carte apposto.

Adesso, dopo quasi dieci anni, Mario è uno dei duemila cittadini campani che
hanno avviato regolarmente la pratica di condono, ma che non hanno potuto
portarla a termine per via della Giunta Regionale dell’epoca che congelò le
procedure rendendo la Campania l’unica regione italiana dove il condono non
poteva eseguirsi.

Mario in questi anni non ha potuto né abbattere il soppalco, né avere la
restituzione delle rate versate, ma soprattutto non ha potuto vendere la
casetta quando si presentò l’occasione di comprarne una più grande essendosi
nel frattempo sposato ed avendo avuto due figli.

La Corte Costituzionale, dopo molti anni, come era ovvio, ha dichiarato
illegittimo il provvedimento della Giunta Regionale perché nel Bel Paese la
legge è uguale per tutti. Così, questa settimana in Parlamento si deciderà cosa
ne sarà della casa di Mario.

Di certo il malaffare napoletano ha compiuto abusi di ogni genere, palazzi
abusivi, pensioni abusive, sigarette abusive, risarcimenti assicurativi abusivi
e applausi abusivi (citando Elio e le storie tese). Di conseguenza Mario, per
le sue piccole colpe, alle quali peraltro aveva tentato di porre rimedio,
rischia di pagare ancora una volta molto di più di qualsiasi altro italiano,
ben sapendo che in fondo la sua colpa atavica sia quella di essere un campano
nella “terra dei cachi”. Pazienza, Mario.

dal mio articolo pubblicato su Il Mattino del 28 ottobre 2012 (Prima Pagina ed. Napoli)

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Far bene il lavoro fa bene al lavoro.

Mi ha molto colpito, anche se non sorpreso la notizia che – dai dati dell’Istat – la disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno ha superato nell’ultimo anno  il 46%. Il che vuol dire che ormai quasi un giovane su due è senza lavoro. E per le ragazze la percentuale è già arrivata esattamente al 50%. A rinforzare, loro malgrado, l’esercito dei senza lavoro ci sono poi quelli che un’occupazione l’avevano ma nel corso dell’ultimo anno l’hanno persa. E se le possibilità di assunzione da un lato restano incerte, dall’altro è certo che l’occupazione sia innegabilmente in calo. Da giovane imprenditore del Sud (mi occupo di pubblicità e di comunicazione) mi chiedo a questo punto che cosa debba accadere perché un’impresa del Mezzogiorno, soprattutto se giovane e fatta di giovani, possa funzionare e creare posti di lavoro.

Se ci guardiamo intorno, ci accorgiamo che stiamo vivendo un cambiamento epocale. Anche le imprese si stanno trasformando. La crisi – si sa – miete vittime, elimina rami secchi, ma allo stesso tempo può esaltare le forze sane e produttive di chi è pronto a raccogliere la sfida della ripresa. A mio avviso, è giunto il momento di prestare la massima attenzione, anche maniacale se è possibile, alla qualità del lavoro, si deve puntare con fiducia sulle proprie forze, aggiornare le competenze, gestire con cura le risorse, perseguire con determinazione gli obiettivi. E’ proprio nei momenti difficili che si colgono le opportunità. Ed è questa l’ora di alzare la testa: si ha l’impressione, oggi, di uscire dalle nebbie di anni segnati da sprechi, pressappochismi, inefficienze, assenza di controlli o, meglio ancora, sembra che finalmente ci stiamo liberando dai lacci stretti di favoritismi, assistenzialismi, clientelismi, per non dire peggio. Un’overdose di ricchezza malgestita che oggi sta generando crisi di astinenza, oltre che crisi economica.

In altri termini, questa congiuntura sta facendo nascere una nuova idea d’impresa che punta a migliorarsi più che a ingrandirsi. Un modello di azienda competitiva, capace di camminare con le proprie gambe, mentre tante aziende malate di gigantismo, drogate da anni di compiacenze e sostegni, escono di scena.

E’ l’azienda sana, quella in cui si investono tutte le proprie risorse, a non temere le crisi perché vuole andare avanti ad ogni costo e cresce attraverso scelte prudenti, piccoli passi, ore e ore di lavoro.  E’ quella che non si lascia ingabbiare nelle fatidiche otto ore, ma utilizza tutto il tempo necessario per non deludere il cliente, fornire un lavoro di qualità e rispettare i termini di consegna concordati. L’abilità della nuova azienda sta nell’ascoltare continuamente i suoi interlocutori, nel prestare attenzione a ogni piccolo dettaglio, nell’avere voglia di dare una risposta credibile, sempre. Senza guardare subito e soltanto al profitto. E’ questa la nuova impresa post-crisi, un’impresa che forse non brilla per i numeri, ma sta emergendo come esempio di serietà in un mercato che ne aveva davvero bisogno. Non resta allora che chiederci: siamo davvero sicuri di fare tutti bene il nostro lavoro? Con i tanti sacrifici che occorrono?

dalla mia lettera al Direttore, pubblicata su Corriere del Mezzogiorno del 15 settembre 2012

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Napoli e la moda del senso civico.

In questa infuocata estate napoletana si stanno rincorrendo parole come senso civico, cittadini virtuosi, rispetto delle regole. Sembra che sia in atto una campagna collettiva intorno a un’idea nobile, quella di costruire una Napoli migliore. Quel ch’è certo è che si stanno moltiplicando campagne civiche e premi a chi si distingue per comportamenti virtuosi. Perché i cittadini virtuosi fanno più bella la città. Ma è anche vero che “Le città virtuose fanno più bella l’Italia” (Repubblica 10.7.12). Ogni tanto i giornali pubblicano servizi sulle città meritevoli di qualcosa. A volte sono lunghi elenchi di piccoli centri o grandi città passate in rassegna dal nord al sud, senza fare mai distinzione tra leghiste e non. Mi è venuto in mente il caso Verona che ha curato i monumenti urbani senza impegnare le casse comunali ma coinvolgendo il senso civico delle imprese locali. Un esempio da seguire, che recentemente ha fruttato alla città del sindaco Flavio Tosi il Premio Città di Partenope. Un riconoscimento pieno di significati. Perché Città di Partenope è la virtuosa per eccellenza, e del senso civico e del rispetto delle regole ha fatto la sua ragione di vita sin dal giorno della sua fondazione (18.6.08). Ma il premio alla città di Verona non tutti l’hanno mandato giù, anzi. Due personaggi, un politico e uno speaker radiofonico a caccia di consensi e ascolti, hanno scatenato una violenta campagna contro Città di Partenope, colpevole di aver premiato il sindaco leghista Flavio Tosi (Il Mattino 20.6.12). I due contestatori hanno montato la rabbia dei fedelissimi e del popolo dei blog, incitando tutti a intervenire alla festa di Partenope, in Galleria Umberto, con fischietti e pomodori. “Noi consigliamo a Tosi di non venire nella nostra città dove non è ospite gradito” ha detto Gianni Simioli di Radio Marte (Ansa 19.6.12.). La cosa si è poi rivelata un flop, anche per l’ottimo servizio d’ordine della Polizia, ed è stata una serata felice. Il sindaco Tosi non è venuto. Al suo posto ha ritirato il premio un assessore, peraltro pugliese. Con rammarico di Piero Fassino, uno degli altri sindaci premiati della serata, che ritirando di persona la Targa di Partenope destinata a Torino, ha detto parole sentite sull’unità del nostro Paese. Insomma, mi chiedo: quando tutti capiremo che il vero confine non è tra nord e sud, ma tra civiltà e inciviltà?

dalla mia lettera al Direttore, pubblicata sul Mattino del 17 luglio 2012

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