Archivi categoria: Idea sotto la doccia

La verità nel forse.

Che abbia prevalso il voto di pancia o quello di mente, sul campo di battaglia si contano tanti vincitori ed un solo caduto. Forse a mente fredda e pancia tranquilla, possiamo ora riconoscere che il mondo non va diviso tra buoni e cattivi, tra panacee e veleni, tra saggi e sprovveduti. Spesso accade che non ci sia una sola verità.
Ogni scelta che facciamo nella vita è fatta di compromessi. Ma perché su questo voto referendario nessun compromesso appariva lontanamente accettabile?
Facebook e Twitter hanno aumentato le polarità, le differenze e l’intolleranza. Penso che questo sia un pessimo aspetto dell’era digitale che è solo all’alba. Spesso, anziché socializzare, ci si divide in tifoserie sempre più estreme e sempre più fomentate da notizie, per lo più incontrollate, che gli attuali algoritmi sono incapaci di verificare.
Siamo diventati così diffidenti che anche le vecchie matite copiative sono state messe in dubbio.
Siamo sempre più fans e sempre meno unici, sempre più follower e sempre meno meticolosi.
Ci basta leggere le prime righe per colorare una persona omologandola ad un modello semplificato che abbiamo già in mente. Non è così?
Einstein, che era un pacifista e un umanista, diceva che è più facile spaccare un atomo che un pregiudizio, ma alla sua epoca questo si generava probabilmente da un vociferare molto meno potente di quello dei post e dei tweet. Pertanto adesso abbiamo atomi molto più resistenti.
Il rischio è che ci siano stati quelli che per esempio, a questo giro elettorale, abbiano avuto paura di esprimersi per evitare di attirare antipatie ed altri che invece l’abbiano fatto ma sono stati ripresi e magari tirati per la giacchetta.
Certe volte penso che tanta democrazia, tanta possibilità di comunicare, tanta visibilità ci veda ancora impreparati, immaturi e qualche volta poco meritevoli. Dovremmo cercare di approfondire un po’ di più o di essere semplicemente più moderati, anziché creare storture tali da poter determinare una perdita anche parziale di queste meravigliose possibilità. Non perché sarà qualcuno a togliercele, ma perché non diventino inutili come giocattoli per bambini viziati.

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Effetti stupefacenti del brand.

Bisognerebbe chiedersi a cosa è dovuta l’esplosione del brand “Naples” degli ultimi mesi, all’apice del successo con questo ultimo weekend dai toni glamour. Molti danno il merito al sindaco Luigi De Magistris, altri alla bellezza e al carattere della città, che risorge ciclicamente dalle sue calamità. I più non si chiedono niente, se Napoli esplode è un fatto ineluttabile.

A dire il vero, se si legge cosa hanno scritto Dolce&Gabbana sul sito ufficiale, non vi è un solo spunto che riguardi la riqualificazione della città, l’ammodernamento dei servizi o il rinnovo urbanistico. Anzi, per loro Napoli è affascinante perché “le strade sono ancora come negli anni ’50”. Proseguendo la lettura si apprezzano piuttosto altre ragioni riconducibili al suo immortale fascino e alla sua gente.

È vero anche che Napoli sta vivendo un momento magico, gli alberghi sono pieni, crescono gli arrivi, gli sbarchi, il brand di Napoli ha ripreso forza con effetti stupefacenti e tutti vogliono salire sul carro del vincitore. Ma a rilanciare l’immagine di Napoli sono stati soprattutto i partenopei, giovani e meno giovani, cittadini di tutte le età che ogni giorno invadono i social con foto di Napoli, migliaia e migliaia d’immagini in un’involontaria campagna pubblicitaria che più efficace non si può. Una deflagrazione virale nata all’indomani dell’emergenza rifiuti, quando tantissimi napoletani, protagonisti incolpevoli di quell’orrore, hanno reagito mettendo in campo la bellezza di Napoli sul web. Il resto lo hanno fatto gli addetti ai lavori. Vale un esempio per tutti, gli accordi stretti con una ventina di compagnie aeree, grazie a un bravo manager, Armando Brunini della Gesac.
Al Sindaco si deve chiedere di amministrare questo successo. Ci riuscirà se saprà ascoltare le varie anime della città senza pregiudizi ideologici, se s’impegnerà a prestare servizi adeguati al livello delle tasse che i cittadini sono chiamati a pagare, se combatterà la delinquenza, l’abusivismo e la sporcizia che affliggono i turisti e noi stessi che viviamo in città.

Dovrà capitalizzare effettivi introiti e rinvestirli dove serve, come fa qualsiasi amministratore.

Se lo farà Napoli si riprenderà il posto che le compete nella classifica delle città europee, altrimenti passato il Trend positivo resteremo – forse – una bella città da visitare ma non per viverci. Magari anche un luogo ideale per farci una festa pittoresca. L’Amministrazione ha il compito di rendere la città ospitale e vivibile, migliorare la sua economia e soprattutto impedire che centinaia di migliaia di giovani intelligenze preferiscano emigrare, rischiando di lasciare la città in mano a orde di altri giovani sfaccendati, violenti e senza futuro.

Intolleranza Zero.

Rieccoci a Napoli. Il primo impatto è sempre sorprendente, come quando ci si immerge nelle acque termali, quelle a 40 gradi. Piacevole solo quando pian piano ci si ambienta. Perché alla generale sregolatezza, collocata in un’armonica sporcizia, s’insinua pian piano il piacere degli affetti, del buon cibo, delle bellezze paesaggistiche, della storia che avvolge ogni luogo, della varietà e della creatività, dell’immancabile jurnata ‘e sole.
È così ci si abitua a tollerare anche la convivenza con quei napoletani che attentano ogni giorno alla vivibilità della metropoli e che al contempo distruggono la nostra immagine. Come quei ragazzini che hanno picchiato il vicepresidente del gruppo Class Editori (poi ci si lamenta degli articoli denigratori!), in transito a Napoli con il suo yacht, colpevole di aver chiesto un po’ di silenzio alle 3 di notte sulla banchina del porto di Mergellina. Già perché per equità il trattamento non viene riservato solo a vigili urbani, conducenti di bus, automobilisti in genere, spettatori al cinema, passanti che peccano di uno sguardo di troppo. Anche verso i turisti si accanisce la legge del più forte. Come nella giungla, l’animale aggressivo è pericoloso anche per chi fa il safari. A consentirlo è una società incapace di stabilire i confini, eccessivamente comprensiva e falsamente solidale. Nessuno dei nostri eletti chiede con forza che vengano divulgate pene esemplari per i colpevoli di questi crimini, nessuno pensa a creare reali deterrenti che impediscano che fatti del genere si ripetano.
Cosa succede a quei vigliacchelli che forti del branco pendono a calci e pugni chiunque non vada loro a genio mandandolo all’ospedale?
Oramai la città è abitata da una massa consistente di giovani delinquenti a cui le parole non servono più. Da grandi saranno nella migliore delle ipotesi camorristi, nella peggiore ladri, stupratori e assassini.
Il livello di sicurezza a Napoli è mostruosamente basso, non solo perché mancano il personale ed i mezzi, ma perché questi diventano inefficaci in assenza di pene severe e di notorietà delle stesse. Questi fatti si perpetuano al punto che ci siamo abituati anche a bestialità del genere. Infatti l’episodio non avrebbe fatto notizia se all’ospedale ci fosse andato un comune cittadino. La violenza urbana è già da tempo uno dei peccati civici più diffusi e, se non ne consegue il morto, forze dell’ordine e magistratura considerano questo un peccato veniale. È evidente che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, lo dimostrano anche le telecamere servite per riprendere baby gang compiere atti vandalici contro il patrimonio pubblico senza che ciò causasse vere conseguenze, come nei casi accaduti sui mezzi ANM.
La famosa tolleranza zero del sindaco Rudolph Giuliani a New York comprese nella sua strategia forti azioni repressive anche nei confronti di reati minori come imbrattamenti, turnstyle jumping (il salto dei tornelli del metrò) e i lavavetri ai semafori, con l’idea di mandare un chiaro messaggio alla criminalità in generale e che la città sarebbe stata “ripulita”. Gli straordinari risultati ottenuti furono le premesse perché la sua città diventasse oggi la capitale più turistica del mondo. A Napoli ci si vanta degli alberghi pieni sul lungomare per dire che abbiamo fatto il pieno di turisti, ma è un magro bottino riservato a pochi perché il nostro PIL resta penoso in quanto la città invivibile fa emigrare i suoi cervelli. Come si può pensare ad una città capitale del turismo se non si creano le condizioni perché Napoli sia accogliente innanzitutto verso i napoletani?
Allora prima di passare ad immergermi nelle acque gelide a 15 gradi del lunedì di tutti i lunedì, vorrei tanto sapere dal Sindaco De Magistris e anche dal Prefetto Pantalone quali nuovi provvedimenti intendano prendere di fronte al crescente fenomeno delle baby gang, provvedimenti immediati, che esulino dalla tardiva retorica dell’educazione nelle scuole e nelle famiglie, su cui la politica ha già fallito. Quella è un’altra storia.

Noi del ’74.

Noi del ’74 e dintorni siamo la generazione più sfigata degli ultimi 200 anni. Quando eravamo ragazzini, le fanciulle guardavano solo quelli con un bel motorino e i capelli al vento, quando abbiamo compiuto 14 anni è uscita la legge sul casco. In ogni caso a quell’età le nostre coetanee erano già passate a guardare quelli con la macchina. Dico “a guardare”, perché a quell’epoca il bacio in discoteca ti permetteva già di tornare a casa con una certa soddisfazione. Per vedere un film porno dovevamo nascondere gigantesche videocassette oppure semplicemente scriverci sopra “Italia-Bulgaria 0-0”. Abbiamo fatto il militare per obbligo e dopo aver perso un anno di vita è diventato facoltativo. Siamo andati all’università quando per potersi dire laureato ci volevano minimo 5 anni e Google era un’enciclopedia di 18 pesantissimi volumi, alcuni dizionari e soprattutto qualche buon numero di telefono. Abbiamo cercato di guadagnare qualche lira da mettere da parte per i nostri sogni, ma poi ce l’hanno convertita in euro e quei sogni si sono ridotti della metà.
Il primo giorno di lavoro ci hanno detto come funzionava un fax e il resto abbiamo dovuto sforzarci di impararlo da soli. I nostri vecchi sono sempre meno vecchi, non si smuovono dai loro posti di comando e non ci lasciano spazio. Ci chiedono di spiegare loro come funziona Facebook e come funziona Twitter, ma faremmo meglio a non rivelare nulla.
Guardiamo la pensione come guardavamo l’ultima serie di Star Trek e ci sembra un futuro quasi impossibile. 
Però oggi siamo più saggi dei giovani e più avveduti degli anziani, perché siamo gli unici ad aver capito come funziona questo mondo. Dateci subito i comandi dell’Enterprise e vi facciamo vedere noi.

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Vivere a Napoli.

Vivere a Napoli è fare il primo bagno il 28 aprile e l’ultimo il 7 ottobre. È fare la spesa nel quartiere alla domenica mattina, è non prendere mai sul serio una provocazione. Lavorare a Napoli è prendere schiaffi da mattina a sera e sapere che dopo tutto sembrerai più colorito. Vivere a Napoli è meglio di lavorare a Napoli, ma qui il lavoro si chiama fatica perché è percepito diversamente. Potrai svegliarti con l’odore di caffè e una sfogliatella calda sotto il palato per iniziare bene la giornata. Potrai vedere 71 panorami diversi in altrettanti scenari meteo diversi. Potrai volare su una vespa Special e sentirti più libero che sui colli bolognesi. Potrai comprare ogni tipo di oggetto, ogni cosa proibita o semplicemente introvabile altrove.

Vivere a Napoli è trovare una pizza che non avevi mai assaggiato, anche se vivi a Napoli da tanti anni. Mangiare a Napoli è spendere anche solo 5€ al ristorante. Vivere a Napoli è pensare al week end solo quando arriva e non dover organizzare nulla, è scegliere tra migliaia di posti diversi da vedere e sapere che forse non riuscirai mai a vederli tutti.

Vivere a Napoli è sapere che puoi inseguire i sogni perché qui sono proprio veri sogni. Troverai gente che non se ne frega nulla di te, ma gli stessi ci saranno sempre nel momento del bisogno. Troverai musica, arte, storia. Troverai le idee di creativi di ogni dove che a Napoli hanno lasciato un po’ di loro. Troverai un’idea ad ogni angolo di strada, un’opportunità persa ad ogni lampione, una frustrazione ad ogni finestra. Quando sarà notte vedrai Napoli ricoperta da gioielli luminosi, Napoli da vivere solo dove si può, Napoli da conoscere per chi può e chi non può.

Ricchi di Napoli, poveri di Napoli, finti ricchi e finti poveri a Napoli. Perdersi a Napoli è difficile come ubriacarsi con il rum del babà. Arrivare a Napoli è una pallonata in faccia mentre cammini tranquillo. Amare Napoli è un sorriso dopo una tempesta, perché se la chiamano la città del sole ci sarà pure un perché.

Vivere a Napoli è pensare a tutto tranne che Napoli.

Vivere a Napoli è.. l’unico modo per capire cosa vuol dire “poi muori”.

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Mi presento.

Sono Claudio Agrelli, un pubblicitario con scrupoli. Ho tante idee che mi vengono sotto la doccia alla mattina, ne vendo un 10% e con quello che mi resta, vivo.
Mia madre mi disse che lei era sicura che avrai fatto qualcosa di/da grande. Non ricordo se disse di o da.
Io penso spesso al futuro. Come Mark Twain mi piacerebbe vivere in modo tale che quando morirò perfino il becchino sia triste. Come Giovanni Falcone ritengo che gli uomini passano e le idee restano. Ma come nessuno penso.. ah, che fortuna avermi qui.

Ho partorito questo blog perché non so dove mettere tanta roba che ho in testa e visto che mi piace l’ordine, beh stavolta ricomincio da qui.

 

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