Quei ribelli in trincea.

Ancora una rapina, ancora una reazione, ancora un ragazzo in ospedale. Se fossi un bandito, non sarei più così certo di farla franca. Sembra di assistere ai primi focolai di una guerra civile di due fazioni contrapposte, che per credo, cultura e stili di vita sono molto diverse.
Da un lato c’è un sottobosco di giovani pronti a delinquere per raggiungere senza troppi sacrifici il proprio benessere, persone che la civiltà non l’hanno mai nemmeno conosciuta, abbandonati se non assoldati dalle proprie famiglie. Gente che fa dell’arroganza una virtù, della violenza quell’arma indispensabile in una giungla dove le parole non servono.
Dall’altro lato giovani sopravvissuti al nuovo grande esodo, con a fianco famiglie rassegnate al malgoverno di una città incapace di riorganizzarsi. Persone che resistono insieme, ognuno nella propria trincea come un piccolo spazio di vita sicuro più che confortevole, apparentemente impotenti ma decisamente esasperate, tanto da perdere pian piano persino la paura.
Le due fazioni convivono tutti i giorni e non sono di diversi quartieri come qualcuno ancora pensa. Frequentano le stesse scuole, gli stessi locali, fanno i bagni nello stesso mare. Perché non dovrebbero in effetti? Siamo in uno stato libero e democratico, forse meno maturo di altri per meritare quella libertà è quella democrazia dei popoli evoluti.
“Per il sindaco di Napoli ci vorrebbero i poteri speciali” ha dichiarato il leghista Flavio Tosi nell’ultimo evento di Città di Partenope, “Napoli è tra le più belle città del mondo ed è la seconda più industrializzata di Italia, ma soffre delle incrostazioni di anni e anni di malgoverno” ha proseguito tra gli applausi del pubblico.
Da tempo mi chiedo cosa possiamo fare per cambiare la città senza cambiare città. Parlo spesso con tanti leader delle proprie trincee, qualcuno ci ha costruito anche dei fortini in quelle trincee, fortini eccellenti e dalla fama così positiva da viaggiare oltre i nostri confini. Conosco persone così in gamba che riuscirebbero a rimettere in sesto la città in un paio d’anni e a garantire la pace. Queste persone interrogate sul punto e sollecitate a mettersi in gioco in prima persona, mi hanno risposto quasi con le stesse parole: Claudio, non potrei fare il sindaco di Napoli, mi ammazzerebbero dopo pochi mesi. Licenzierei fannulloni, ripristinerei la legalità a discapito di tanti piccoli e grandi abusi, userei il pugno di ferro contro la criminalità.
Ebbene, se è il coraggio che ci manca, forse quel ragazzo non è stato accoltellato per nulla.

dal mio articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 19 novembre 2014 (pagina 7)

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